Il silenzio degli innocenti: Il patto celato tra vittima e carnefice

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L’hybris dell’empatia e la complicità della preda, narcisista del sacrificio

Hannibal Lecter è un cannibale pluriomicida rinchiuso in una cella dotata di ogni sistema di sicurezza per impedirne la fuga. Clarice Starling si siede dinanzi a lui volontariamente, consapevole dei rischi. A separarli è un vetro blindato, attraverso cui gli serve i ricordi più intimi in cambio di uno sguardo. È il famoso quid pro quo. Un patto contorto e oscuro tra preda e carnefice. Allo stesso modo la vittima del narcisista si offre a lui come donatore universale, nell’illusione di instaurare una connessione profonda. Il silenzio che ne consegue è il sigillo della complicità in un contratto tacito stipulato tra le parti. Il vampiro perfora la vena, la vittima gli indica il punto più succulento. L’uno ha sete, l’altra ha fame. Entrambi sono disposti a pagarne il prezzo e l’accordo è firmato col sangue. Ciò che alimenta il martire è visibilità e riconoscimento. Benché falso e illusorio, l’ospite acconsente a divenire specchio o eco del predatore, pur di non tornare all’oscurità che l’avvolge. Costituirà l’ingranaggio complementare che attiva il meccanismo della carneficina. Non è un soggetto passivo, ma il narcisista del sacrificio. Ad accendere il motore è l’hybris dell’empatia. Il soccombente si eleva a divinità nel vano tentativo di riparare l’irreparabile. Ciò che è marcio non può risanare. Eppure, la superbia dell’immolato consiste nel percepirsi come eroe dell’abnegazione. Un artigiano intento ad aggiustare un vaso rotto in cui mancano i pezzi. Il delirio dell’onnipotenza? La conseguenza di una rottura interiore. Bassa autostima, carenza affettiva e traumi irrisolti. Queste sono le cause che spingono il soggetto a flettersi nel vuoto del narcisista. “La vittima è spesso quel bambino dotato che ha imparato a sentire” cita Alice Miller (Il dramma del bambino dotato e la ricerca verso il sé). Il bambino non ama, nutre come un padre. Un meccanismo di sopravvivenza psicologica, attraverso la creazione di un falso sé. Un carburante emotivo che opta per l’annullamento totale, privilegiando l’altro. Lo scarto è la ricompensa, dunque perché restare? “L’amore è una cosa che si dà, ed è una cosa che si prende, e quando non si può dare si mangia” (Elias Canetti, Massa e potere). “Se la vittima è complice, è perché ha scambiato la sua libertà con l’illusione di essere indispensabile per un mostro” (Il carnefice di se stesso- Baudelaire 1857). Per chi ha il terrore dell’insignificanza, persino uno sguardo predatore è preferibile al vuoto. La permanenza nel trauma è spesso atto di autoaffermazione attraverso il dolore. “C’è qualcosa di peggio che essere mangiati: è non essere mangiati affatto” (Sillogismi dell’amarezza-E.M. Cioran 1952). Dunque, l’Empatia, dal greco en-pathos (dentro la passione/sentimento), è un invito al banchetto cannibale. L’arma del sacrificato, il quale è destinato a una morte atroce. “Non si può salvare chi non vuole essere salvato, ma si può morire provandoci”. Una morte condivisa, “un suicidio assistito in due”, citando la pulsione di morte di Freud. Una ricerca di distruzione riuscita con l’obiettivo di annientarsi da ambedue le parti.

L’innocenza finisce dove inizia la consapevolezza del male. Se si resta dopo il primo morso, non si è più prede, si è complici del banchetto

 


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