La scuola italiana? Un’istituzione del ‘900 che forma i ragazzi del 2000 coi metodi dell’Ottocento
Il paradosso di un sistema che guarda al futuro incagliato in parametri e logiche giurassiche. Inutile girarci intorno: Il sistema educativo è un fallimento strutturale. L’insegnamento è sottoposto a una collezione di figurine. Vince chi ha accumulato maggiori titoli e master, non chi sa davvero stare in classe. La burocrazia vanta ruoli, metodi e programmi innovativi ai fini inclusivi. Una mera illusione in termini di concretezza. Le figure di sostegno fungono da badanti. I programmi alternativi PEI (differenziato o equipollente) sono riconosciuti e approvati dal sistema, ma non applicati adeguatamente. Il piano didattico di base viene selezionato e relegato a una teoria polverosa e antiquata. È escluso il dialogo sui tabù del presente, della politica e del sesso. La delega dei compiti a casa è la prova definitiva del disastro. Se lo studio avviene fuori dall’aula, la scuola a cosa serve?
Le statistiche sull’abbandono degli studi in età precoce sono in calo. Nel 2024 è stata registrata una percentuale pari al 9,8%. Seppur distante dalla media Europea, l’Italia occupa il quinto posto. La stima è elevata e aumenta nelle zone del mezzogiorno. I risultati riscontrano una netta maggioranza tra le famiglie con un livello di istruzione medio-basso. Le cause possono essere molteplici e riconducibili a fattori relativi a ciascun individuo. Il dato sconcertante riguarda il numero di cattedre vuote tra il 2025 e il 2026. Mancano all’appello circa 70.000 docenti di ruolo. A colmare il vuoto è l’esercito di precari che sfiora circa 300.000 unità. La precarietà relativa al sostegno ammonta al 60%. Ciò vuol dire che 6 alunni disabili su 10 cambiano insegnante ogni anno. Situazione drastica che mina la continuità didattica. Tali numeri costituiscono la prova marcata del declino dell’istituzione. Ma il motore del dissesto è l’incastro di pezzi di materia distinta. Scomponibili per una rivalutazione e ridefinizione ai fini dell’efficienza. La scalata alle graduatorie (GPS) ruota intorno al “Mercatificio dei punteggi”. I docenti italiani spendono migliaia di euro in master e certificazioni che ne garantiscono l’accumulo. Il compenso ammonta a 28.000-30.000 euro annui, contro i 45.000-50.000 di un collega tedesco o belga. I corsi TFA sono blindati da numeri chiusi e costi elevati (fino a 3.000 euro). Un paradosso, considerata la scarsità di tali figure nelle scuole italiane. Talvolta un obbligo implicito. Si pensi ai dottori specializzati in campi specifici, accedono a tali corsi per occupare un ruolo in attesa della cattedra che resta vuoto e che comunque gli spetterebbe a-priori. Un meta-paradosso considerando ambedue elementi. Il prezzo non è proporzionato al livello di preparazione. Molta teoria poca pratica. A dimostrarlo sono i metodi utilizzati. Spesso l’alunno disabile non riceve i mezzi di supporto di cui necessita. Spesso viene portato fuori dall’aula, minando oltretutto l’interazione coi coetanei. Il risultato? Il PEI resta un documento cartaceo per evitare ricorsi legali dei genitori, ma non un progetto di vita. Non sono pochi inoltre gli istituti che mancano di risorse umane, nonché metodi per includere questi ragazzi. Per loro il diritto allo studio è un’utopia.
L’inquisizione scolastica: Il medioevo dei tabù
Non vi è censura sui testi, ma omissione o riduzione di autori e contenuti. Nella storiografia si pone il focus sulla storia dell’Impero Romano o sulle due grandi guerre. Una riduzione contingente è relativa agli eventi sull’inquisizione o sullo scisma tra le due chiese. I vecchi manuali di storia omettono le problematiche sulla “questione meridionale”. Notizie al riguardo sono riportate in quelli più recenti. Ridotta comunque a brevi paragrafi. Lo stesso avviene nel caso di alcuni autori o autrici. Si pensi ai poeti della scuola siciliana. Una discriminazione di genere, radici o temi considerati tabù. Il programma giunge al termine col tramonto del ‘900. Ciò lascia poco spazio alla contemporaneità, ancor meno all’attualità. Il ministero dell’istruzione la definisce selezione. Quest’ultima esclude il dialogo sull’educazione sessuale o sulla politica. I metodi prevedono un insegnamento di tipo verticale. Vengono trasmesse nozioni vengono seguendo un ordine cronologico. La freccia viene scagliata, ma non giunge al cuore. Non c’è scambio, confronto o dibattito. La delega dei compiti a casa segna il mancato lavoro svolto in aula. L’assimilazione degli argomenti attraverso lo studio mnemonico è al di fuori di ogni logica. La scuola non educa al pensiero libero, inculca ideologie. Non forma il cittadino, ma soldati obbedienti. Non prepara né integra i ragazzi al mondo del lavoro, li trattiene in un limbo. Le riforme degli ultimi anni hanno convertito gli istituti professionali in licei, hanno tagliato ore indispensabili tanto per i ragazzi quanto per i docenti. Hanno introdotto mezzi e programmi alternativi, che restano comunque un’utopia. Favole tradotte in decreti cartacei che nella fattispecie non vengono applicati.
E tu credi ancora nell’Isola che non c’è?
Rispondi