CAPITOLO 1

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Il corpo freddo e ormai privo di vita giaceva supino in un tappeto di sangue che risaltava il pallore delle sue carni. Distesa sul pavimento in marmo bianco, posava come colei che dorme suave tra le braccia di un amante. I suoi occhi non avrebbero mai più mostrato il colore cangiante al mutare del tempo, ma le labbra rosee, ricurve in un lene sorriso, donavano beatitudine a quel giovane e grazioso volto. Il seno scoperto e le gambe chiuse, leggermente piegate, trasmettevano tutta la sua sensualità.

L’ammirava esterrefatto come si suole contemplare l’incantevole scultura di un abile artista;

in piedi dinanzi a lei, in un elegante smoking che aveva accuratamente scelto per l’occasione. Col palmo della mano destra reggeva, a mo’ di galateo, un calice di vino rosso pregiato proveniente dall’Italia. Lo aveva acquistato da un produttore piemontese anni addietro in attesa del giorno in cui ne avrebbe finalmente assaporato il gusto.

A gesti lenti portava il calice alla bocca e inclinando il capo ne bevve, poco a poco, sino all’ultima goccia. Avvertì improvvisamente un brivido lungo la schiena, un senso di timore e ira…

Perché quel corpo non gli era indifferente?  Si crogiolava nel tormento. Ma in fondo quale uomo, amante d’arte non proverebbe catarsi alla vista di una scultura greca che susciti tanto pathos? Quell’idea alleviò parte della sua frustrazione, ma di lì a poco avrebbe sentito qualcosa del tutto nuovo, una sensazione sublime…

Fissò la crepa nel petto della donna, inginocchiandosi dinanzi a lei come un servo devoto, supplicante ai piedi di un’icona sacra all’interno di una chiesa. Avrebbe voluto tanto toccarla, ma non osò. Era al cospetto di un’opera maestra, la cui autenticità incarnava la perfezione. E quanto gli era costato ottenerla!

D’un tratto la mente fu invasa da immagini macabre, dei flashback che gli mostravano come cotanto sforzo non lo rendesse artefice, bensì il carnefice nei confronti di chi un tempo era stata la sua donna. Il cadavere recava una ferita aperta al cuore, di cui ormai era privo.

Il piacere che lui provò nell’istante preciso in cui l’aveva afferrato tra le sue mani e l’ebrezza nel strapparglielo con violenza era indescrivibile. Poteva ancora sentirla! Ma aveva agito rapidamente, affinché lei non agonizzasse dal dolore.

Accadde quella stessa notte. I due amanti celebrarono il loro primo e ultimo anniversario, dall’istante in cui lui le recò in dono l’eterna giovinezza. Il tempo non avrebbe avuto più alcun effetto su di lei o sul ricordo che aveva di lei. Non sarebbe mai invecchiata e il loro amore perfetto sarebbe rimasto immutato. Nessuno dei due avrebbe mai potuto ferire l’altro con gesti o parole frivole dettate dall’ira, né mai ci sarebbe stato inganno e lei sarebbe stata sua per sempre.

Aveva impiegato diversi giorni per creare la ricetta perfetta che avrebbe utilizzato esclusivamente per la cottura e la degustazione di quel cuore tenero, scegliendo con cura le spezie adeguate con cui condirlo e le giuste dosi. Il profumo era ottimo e il risultato fu egregio. La scelta del vino da abbinare a quella particolare pietanza fu alquanto complessa, ma in fin dei conti eccelsa.

Ma la coscienza riaffiorava calda, come un’antica fiamma sussurrandogli all’orecchio la cruenta realtà: – Non importa quanto veneri la tua Dea, non è altro che l’ennesima vittima sacrificata su un altare pagano! – Strinse i pugni, nell’intento di allontanare quel pensiero. Eppure, stare lì a guardarla non faceva altro che accrescere la magnificenza nei confronti del suo ego smisurato, ottenendo la ricompensa che tanto bramava. Sciolse i pugni, nel desiderio che quel corpo marmoreo, nudo ai suoi piedi, restasse lì per sempre. E mentre la mente farneticava contorta, col cuore in preda alla fame di gloria, delle lacrime caddero dai suoi occhi di carbone, bagnandogli il volto, che piangeva per la prima volta da quando ne avesse memoria.

 

Sapeva del mio arrivo e percepì la mia presenza dapprima che potessi varcare la soglia.

Giunsi alle sue spalle. Se ne stava in ginocchio col capo chino, raccolto come in preghiera. S’alzò con lo sguardo ancora basso, levò il capo e fu allora che notai il suo volto. Fletteva attraverso il vetro dell’anta di uno scompartimento del mobile in legno scuro, che arredava una delle tre pareti bianche del suo soggiorno. Incorniciava lo schermo piatto centrale al di sopra di un caminetto acceso, che scaldava l’enorme sala. Soleva tenerci gli alcolici provenienti da diverse parti del mondo, i più costosi sul mercato internazionale.

Nello stiglio superiore erano disposti gli amari, in quello centrale i liquori, mentre quello inferiore era riservato agli aperitivi. Disprezzava il sapore di gran parte di essi, al contrario dei vini, che invece erano di suo gradimento. Probabilmente li teneva rinchiusi in cantina. Amava il possesso.

Era adirato. Non badò alla mia presenza. Era intento a curare la propria immagine, affinché apparisse impeccabile, nel momento in cui si sarebbe mostrato. Appurò che l’intero completo fosse ben stirato e privo di macchie. Con una mano teneva fermo il collo della camicia, con l’altra si sistemò il nodo della cravatta nera, abbinata alla cintura e alle scarpe in pelle. Anche lui intravide il mio riflesso, notò che lo osservavo. Scrutò il mio volto, si voltò. Sorridendomi, mi si avvicinò con gli occhi puntati su di me. Mi accolse in un abbraccio forte e caldo, che mi paralizzò. Scandagliavo l’ambiente in attesa che mollasse la presa. Era tutto in perfetto ordine. Terso sin dentro gli spigoli che dividevano le pareti e in ogni fessura del legno intagliato. Vidi la bottiglia e il calice vuoti poggiati sulla mensola del caminetto. Era erbio! Chiusi gli occhi per un solo istante, cingendo le mie braccia intorno alle sue spalle grosse. Non ricordavo quando era stata l’ultima volta che avessi ricevuto un tale abbraccio! Fu breve, ma intenso. Riaprendo gli occhi mi accorsi di lei. Fissai il corpo attentamente, focalizzandomi su ogni dettaglio. La grazia con cui posava, il pallore delle carni, la pelle giovane. Riconobbi la vittima non appena scorsi la simmetria del suo volto pallido, adornato da lentiggini chiare sparpagliate qua e là tra la fronte e il dorso nasale e in parte sulle guance. L’avrebbe riconosciuto chiunque l’avesse visto anche solo una volta nella vita. Quello è un volto che non si dimentica. L’espressione era placida, sembrava mirare un angelo dormiente.

 

Conoscevo Helena. Il color nocciola dei suoi occhi alla greca, con sfumature verdi visibili soltanto se illuminati dal sole, era nitido nella mia mente. Erano i miei occhi, ma con una luce diversa, più viva. Riusciva a connettere col mondo con un solo sguardo, amichevole, pacifico, innocente, ma intenso. Quali oscuri desideri anelavano nel suo subconscio? Sarebbero mai emersi e in quale forma? Ormai non ha più senso cercare risposte. Viktor l’aveva uccisa strappandole via il cuore e con esso ogni possibilità di un’evoluzione e la speranza legata a un sogno.

Non vedevo Helena da un po’, intanto ero lì, mirando la sua salma. Potevo percepire il dolore che aveva provato nel momento in cui la lama l’aveva colpita e d’un tratto il mio cuore fu invaso dall’ira. Come avevo potuto permettere che ciò accadesse? Non avrei lasciato che le mie emozioni prendessero il sopravvento.

 

Chinò il capo e avvicinando le sue labbra carnose al mio orecchio sussurrò:

  • Hai ciò che ti ho chiesto? – Sciogliendomi dall’abbraccio poggiò le mani sulle mie spalle, indietreggiando di pochi centimetri. Sfiorò i miei capelli rossi e ondulati con la mano destra, lasciandola scivolare delicatamente sul mio viso. Afferrò il mento con delicatezza in cerca di un contatto visivo. Avrebbe avvertito il mio disagio, ma non potevo evitarlo. Ogni mio gesto poteva tradirmi e non dovevo permetterlo. Cercai di sedurlo con una sola occhiata e sorridendogli maliziosamente risposi:
  • Ti ho mai deluso? –

Gli porsi il Vodka che mi aveva chiesto. Me lo strappò via dalle mani e mi voltò le spalle, andando a riporre la bottiglia, ancora sigillata, nello scaffale in alto, tra gli amari:

  • Hai già cenato suppongo?! – Chiese.

Chiuse l’anta dello scompartimento sacro. In altri erano esposti libri d’autore e DVD dei migliori film della storia del cinema. I testi variavano dall’ambito prettamente umanistico a quello scientifico. Alcuni vertevano sull’ antropologia, folklore ed esoterismo, altri trattavano di astronomia e fisica quantica. Non mancavano trattati di astrologia e numerologia. Erano tutti disposti in ordine alfabetico per autore. Tanto i libri quanto i film erano in lingua originale e un ampio spazio era dedicato alla musica e all’arte. Nelle mensole basse vi erano oggetti di vario tipo, tra cui fumetti e videogiochi. La disposizione non era casuale. Le sculture di una certa rilevanza erano disposte negli scaffali superiori. Chissà cosa contenevano i cassettoni…

  • Arrivi in tempo per il dessert! – Sorrise, indicando il sofà alle mie spalle. Un divano componibile con elemento angolare dotato di un vano libreria, in tessuto chiaro in espanso e piuma d’oca naturale. Il rivestimento in pelle scura era in tinta coi cuscini posti negli angoli laterali e alla poltrona in tessuto alla destra del sofà. Anche il legno intagliato del tavolo basso era in tinta, in stile classico, come il resto dell’arredamento. Il tutto adagiato su un ampio tappeto persiano al centro del maestoso androne, abbellito con quadri e sculture che richiamavano la classicità. Notai il portfolio poggiato sul tavolino posto tra la poltrona e il sofà. All’interno vi era una copia dell’Uomo Vitruviano di Da Vinci. L’ultima tra le sue creazioni suppongo. Altri dipinti erano attaccati alle pareti e sculture di varie dimensioni erano disposte qua e là per l’intera sala. Rappresentavano la sessualità in ogni suo aspetto.
  • Torno subito. Aspettami qui!. – Disse. Osservavo lei, sedendo in quella confortevole imbottitura. Eravamo identiche! Ad ogni modo aspettai.

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