CAPITOLO 7

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Avvertii improvvisamente un’insolita e potentissima emicrania. Un flusso di ricordi aveva invaso la mia mente ininterrottamente nel corso di una sola notte. Quell’incubo sembrava così reale, e poi Viktor… Nonostante mi sforzassi di tenergli testa, la sua presenza mi destabilizzava completamente. Sapeva leggermi come nessun altro, captando paure e desideri che covavano nel mio subconscio. Ogni singola parola veniva pronunciata meticolosamente come una lama per trafiggermi o una droga anestetizzante per alleviare il mio dolore. Eppure, a prescindere dagli effetti ottenuti, ciascuna di esse incarnava una verità incontestabile. D’altronde, se la storia è maestra, mai alcuna menzogna ha varcato le fauci del serpente. Il diavolo non mente. “La soluzione è già nelle tue mani.” In effetti sarebbe molto più semplice pensare che il mio vissuto sia frutto di un mondo illusorio generato da un’infermità mentale o che il tutto sia parte di un sistema tecnologico avanzato, ideato e realizzato da una mente superiore. Senza alcun dubbio estinguerebbe il peso delle mie colpe. Per chi abita la follia la percezione è legge, una realtà che brucia dentro. E se davvero fossimo soltanto ingranaggi di una simulazione, allora saremmo tutti folli. Ma la potenza dell’illusione consiste nella capacità di generare emozioni tangibili, pertanto ogni convinzione, per quanto artificiosa e ingannevole, possiede la forza inesorabile dell’autenticità. Quel brivido che, piaga o grazia, scuote i sensi trattenendoci nel regno dei vivi. Accettare il vuoto assoluto non dissolverebbe soltanto il peso della colpa, ma scolpirebbe un’assenza insondabile, spingendoci verso il baratro di una lenta agonia ancor prima che la morte reclami i suoi diritti. E sebbene il velo che separa le dimensioni sia alquanto sottile, accettai quel confine di lenzuola e silenzio come l’unico territorio concesso in cui potevo muovermi. I blinis con caviale rosso e smetana ormai tiepidi, serviti su un elegante vassoio poggiato sul tavolino accanto al letto, costituivano una traccia concreta di vita in quell’inverno sospeso. Lasciai intatto quel vassoio, come un’offerta muta respinta al mittente. Scivolai dalle coperte in un silenzio spettrale, procedendo come una sonnambula che obbedisce a un richiamo cieco, che mi guidava nella penombra del dedalo. Raggiunsi il varco, attratta dal filo che mi aveva legata al polso, ma un filo invisibile teso dal destino mi aveva condotto a lui molti anni prima.
Accadde in Italia, il 7 novembre 2009. La mia preda si aggirava per le vie della capitale. Matt Russell: italo-americano, moro, sulla trentina, alto circa 180 cm. Gli davo la caccia da mesi per conto di Artur, il quale monitorava i passi della vittima e i miei. Le coordinate mi condussero al Caffè Greco. Fu lì che trovai Russell. E ancor prima di poterne scorgere la sagoma, ricevetti il segnale d’attacco. Non agii d’immediato. Aspettai che l’uomo terminasse il suo drink e che pagasse il conto. Non fu necessario avvicinarlo. Non appena mise piede all’esterno incamminandosi sulla via di ritorno verso la tana, mirai dritto alla nuca, stendendolo con un solo colpo. L’esecuzione avvenne intorno alle 20:30, circa venti minuti successivi al comando di Artur. Dopodiché, io stessa diedi l’allarme e mi allontanai, mimetizzandomi tra la folla. Il mio rifugio era situato nei pressi di Campo Marzio, nascosto tra i vicoli. M’imbattei in Viktor poco prima di svoltare l’angolo. Un ragazzino di appena quindici anni, disteso sul ciglio della strada in uno stato catatonico. Intervenni tempestivamente tamponando l’emergenza, in attesa dell’arrivo dei soccorsi. Provvidi affinché il personale medico gli prestasse assistenza immediata, mantenendo l’anonimato sulla mia identità. Mi accertai che fosse fuori pericolo prima di lasciare la struttura e tornare al mio alloggio. Avevo ucciso un americano per imposizione, salvando un russo per puro istinto nell’arco di un’ora. In seguito ne colsi l’ironia, ignorando per un lungo tempo tanto la causa quanto le conseguenze di ogni mia azione. Nessuno dei due per me era stato il primo. Una vita tolta, una vita salvata. Il piano d’azione che attuavo nella vana speranza di pareggiare i conti con la mia coscienza. Eppure, Viktor aveva qualcosa di diverso. Percepivo una vibrazione insolita in sua presenza. Qualcosa mi aveva spinta verso di lui per ragioni a me ancora ignote.Dubito che avesse già le mani insanguinate. Ad ogni modo, una debita distanza avrebbe protetto entrambi. Tuttavia lo osservavo a sua insaputa. Fui testimone dei suoi fallimenti e dei suoi successi, finché lei non apparve nella sua vita. Identica a me in ogni dettaglio, o quasi. Una copia esatta, la cui simmetria si insinuò nella mia mente fino a diventare un’ossessione silenziosa. Sentivo il richiamo del sangue fluire dalla medesima fonte, nonostante mi rifiutassi di accettarlo.
Sette sosia al mondo per ciascuno di noi. Incontrarne uno non è un buon segno. Dimenticala e concentrati sui tuoi doveri! Queste furono le parole di Artur. Ma cercare le proprie radici è un istinto naturale, nonché causa e motore della conoscenza. Non potevo ignorare quel legame, così indagai per conto mio, ritrovandomi ogni qualvolta dinanzi a un punto cieco. Rivelargli quella presenza era stato il mio più grande errore. Mi amava in quanto strumento ai fini della realizzazione del grande disegno ch’egli stesso aveva architettato. Aveva mentito per preservare l’efficienza della sua arma prediletta, per poi fuggire affinché i soci apprezzasero le doti che avevo acquisito grazie a lui. Non cercava di proteggere me, ma il suo ego smisurato. Ecco la verità nuda e cruda! Dunque Viktor si sbagliava…
Giunta alla meta, sgombrai la mente da quel cumulo di menzogne. Viktor era lì, di spalle. Mi aspettava pazientemente.
— Tempismo impeccabile! — esclamò senza voltarsi, con la calma di chi ha già contato i secondi in anticipo. Fu allora che lo vidi sollevare il bollitore, colmando lentamente le tazze con un gesto misurato. — Come sempre — aggiunse voltandosi. — Lieto di vedere che non ti sei persa.
Poggiò le tazze sul bancone, sedendosi di fronte a me.
— Il merito è tuo! Come Teseo, non ho dovuto fare altro che seguire il filo che mi era stato teso per trovare l’uscita del labirinto ed eccomi qua!
Quel paragone sembrò infastidirlo.
— A proposito, posso sciogliere il nodo? — chiesi sarcastica, mentre lo spago già cadeva dal mio polso con naturale leggerezza. Imitò quel gesto con studiata noncuranza, misurando ogni impulso per celare un’ira che, inevitabilmente, gli si leggeva in volto. — Non sei mia prigioniera! — disse, curando il tono e l’accento di ogni singola parola.
— Ottimo! Andrò via non appena avrò finito il tè — dissi, dando appena il primo sorso all’infuso. Cominciò a fissarmi con un’intensità ossessiva, replicando ogni mio movimento ad effetto specchio. — Eccellente per accompagnare una sostanziosa colazione. Spero che i blinis siano stati di tuo gradimento. Li ho preparati con cura, selezionando ingredienti di ottima qualità! — esclamò.
— La tua cura per i dettagli è ammirevole — dissi con caustico sarcasmo.
— Quanto vale la vita per te? — domandò con voce strozzata da una rabbia che cercava disperatamente risposte.— Non molto, secondo le testimonianze di Artur — continuò, —aveva un fascicolo per ognuno dei suoi soldati. La descrizione di minuziosità irrilevanti nonché impercettibili è strabiliante! Ma il tuo nome… È l’unico ad apparire nei suoi diari — disse.
— Hai letto ogni fascicolo? — chiesi nell’intento di mostrare indifferenza.
— Prestando particolare attenzione al tuo — rispose immediatamente —, il più spoglio tra tutti — aggiunse. — I dettagli succulenti su di te sono riportati in documenti non ufficiali — affermò, scrutandomi attentamente.
— In diari che suppongo siano in tuo possesso — replicai, occultando il reale interesse per la faccenda. S’alzò di scatto, per lavare rapidamente la sua tazza, ancor prima che mi rendessi conto che lui aveva terminato il tè da circa mezz’ora.
— Artur mi trovò nell’ottobre 2016… —
— Chi avevi ucciso? — chiesi, interrompendo quello che di certo si sarebbe convertito in un noioso e opprimente monologo.
— Lo sai! — esclamò sorpreso, ignorando la mia domanda.
— Che Artur addestrava solo ed esclusivamente assassini recidivi? Personalmente, non ho mai compreso a fondo il mio ruolo in tutto questo — confessai.
Esplose in una risata fuori controllo che mi destabilizzò. E per quanto la percepissi falsa e artefatta, finì per contagiarmi. Ridemmo a crepapelle per circa un quarto d’ora, dopodiché si lasciò sfuggire che io non conoscevo la mia storia.
— Davvero non ricordi? — domandò serioso e incredulo.
— Cosa? — chiesi confusa.
— La mente ha rimosso il trauma. Affascinante! — Concluse.
Lanciai un’occhiata rapida alla tazza vuota.
— Io vado! — avvisai irritata.
— Artur addestrava minori colpevoli di omicidio. Ma tu rappresentavi un caso alquanto raro per tanti aspetti. Trovava fosse raro che una mente brillante quanto la tua soltanto in casi estremi agisse per istinto di conservazione o sopravvivenza, in modalità alquanto singolari — disse, cercando di catturare la mia attenzione.
E mentre l’osservavo intenta a decifrare la sua strategia, tirò fuori un vecchio diario di Artur, che aveva esposto in bella vista su uno scaffale in cui si mimetizzava tra i suoi ricettari.
— Leggi tu stessa! — Esclamò, gettandolo con forza sul bancone. Mi alzai di scatto avviandomi verso l’uscita. — Oppure vai, ma ti consiglio di tenere occhi e orecchie ben aperti. Ti aspetto per le 17:00. La festa avrà inizio alle 18:00 in punto — disse. Mi si avvicinò con un movimento fluido a passo svelto, spingendo la mano contro la porta d’ingresso, affinché restasse chiusa ancora un po’. Scrutò i miei occhi rapidamente, nell’istante in cui riuscì a intercettare il mio sguardo:
— L’evento è in maschera, lei sarà l’ospite d’onore e tu… Ci sarai, Helena! — ordinò lasciando scivolare il braccio lungo il suo corpo, con una furia contenuta. In quel breve istante, vidi la sua anima messa a nudo. Avvertivo dolore, rabbia, frustrazione, colpa e… paura. Per la prima volta provai realmente compassione nei confronti di quell’uomo, un mostro dall’animo totalmente vuoto e privo di empatia. Lasciai l’appartamento con la consapevolezza che sarei ritornata in cella volontariamente, in attesa che mi rivelasse il piano che aveva architettato e il mio ruolo come variabile all’interno di un calcolo approssimato, benché
ben studiato. Ma cos’altro mi stava occultando? Potevo sentire l’odore della menzogna a distanza di chilometri. Ma perché affermava che non conoscessi la mia storia? Mi chiedevo se parte delle risposte non si celassero tra le cianfrusaglie di Artur che erano nel mio vecchio alloggio. Ma sapevo che tornarci sarebbe stato un atto folle e imprudente. Tuttavia, anche rimanere in strada sarebbe stato per me piuttosto rischioso. Così mi rifugiai all’interno di una chiesa, in raccolta coi miei pensieri, attendendo l’ora in cui avrebbe avuto inizio il grande evento.


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